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Venezia, referendum comunale sugli affitti brevi: parte la raccolta di 5.000 firme

Il movimento 'Tutta la città insieme' promuove un referendum sugli affitti brevi a Venezia: serviranno 5.000 firme autenticate e un comitato di 100 cittadini.

26 agosto 2026

A Venezia la partita sugli affitti brevi si sposta dal Consiglio comunale ai cittadini. Il movimento civico “Tutta la città insieme” ha annunciato il lancio di una proposta di referendum comunale destinato a chiedere ai residenti come vogliono governare le locazioni turistiche in laguna. Un’iniziativa che arriva in un momento delicato per il settore, tra nuove restrizioni comunali, l’obbligo del CIN e un dibattito nazionale sempre più acceso sulla convivenza tra turismo e residenza stabile.

Il percorso: comitato di 100 cittadini e 5.000 firme

L’annuncio è arrivato dal presidente dell’associazione, Giovanni Andrea Martini, che ha delineato i passaggi tecnici previsti dalla disciplina comunale per i referendum di iniziativa popolare. Il primo step sarà la costituzione di un comitato promotore composto da cento cittadine e cittadini: una soglia non simbolica, pensata per dare all’iniziativa una base ampia e rappresentativa fin dal principio.

Una volta ottenuta l’ammissibilità del quesito referendario e formalizzato il comitato, scatterà la fase più impegnativa: la raccolta delle 5.000 firme autenticate, indispensabili per richiedere ufficialmente la consultazione popolare. Non è un numero casuale, ma il requisito minimo fissato dal regolamento comunale, che impone una mobilitazione reale sul territorio e non una semplice raccolta di consensi online.

La presentazione pubblica del comitato e dell’intera iniziativa è in programma durante i giorni della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia: una scelta strategica che punta a sfruttare la visibilità internazionale del festival per portare la questione abitativa veneziana all’attenzione di un pubblico più vasto.

“Quante case vogliamo che restino case?”

Martini ha voluto chiarire fin da subito che la campagna referendaria non intende creare divisioni tra residenti e visitatori, né mettere in discussione il legittimo diritto dei proprietari a valorizzare i propri immobili. La domanda che il movimento pone ai veneziani è però più profonda e, nelle parole del presidente, suona come uno slogan già pronto per la campagna: «quante case vogliamo che restino case?».

Il ragionamento è semplice e diretto. Se una parte crescente del patrimonio abitativo viene sottratta alla residenza stabile per essere destinata al mercato turistico, il problema smette di riguardare soltanto i singoli proprietari o gli operatori economici e diventa una questione che tocca il futuro stesso della città. Un allarme che, a Venezia, assume contorni particolarmente concreti: la città storica ha perso negli anni migliaia di residenti, e la pressione delle locazioni turistiche è da tempo indicata come una delle concause di questo spopolamento.

Secondo il presidente del movimento, «per troppo tempo la discussione è stata lasciata agli operatori del settore, alle piattaforme e ai proprietari». L’obiettivo primario dell’iniziativa è invece «rimettere al centro chi a Venezia vive, studia, lavora e vuole continuare a vivere». Da qui la scelta dello strumento referendario, considerato il canale democratico più efficace per definire le future politiche abitative della città.

La moratoria bloccata in Consiglio comunale

Il tema non è affatto nuovo al dibattito pubblico veneziano. Già nel marzo 2026, una proposta di moratoria sugli affitti brevi presentata dall’opposizione in Consiglio comunale era stata bloccata prima ancora di arrivare alla discussione di merito. La proposta prevedeva un blocco temporaneo di due anni delle nuove aperture di affittanze turistiche, con l’obiettivo dichiarato di guadagnare tempo per redigere un regolamento partecipato e condiviso.

Nonostante fosse sostenuta da dodici consiglieri appartenenti a cinque gruppi consiliari, la discussione è stata impedita da una mossa procedurale: la maggioranza ha sollevato una questione pregiudiziale, adducendo motivi di supposta illegittimità, e ha rinviato il voto alla consiliatura successiva. Il consigliere Paolo Romor ha ipotizzato un «difetto dell’istruttoria» e sostenuto che la proposta «eccedeva l’ordinaria amministrazione».

La replica dell’opposizione non si è fatta attendere. Marco Gasparinetti, primo firmatario della proposta, ha ricordato che «gli uffici hanno lavorato nove mesi a quell’istruttoria» e che l’Avvocatura civica aveva già confermato la validità dell’iniziativa. Gasparinetti ha poi attaccato frontalmente chi sollevava dubbi procedurali, affermando che «chi punta il dito contro l’istruttoria offende la segreteria comunale e gli uffici», e contestando l’idea che la moratoria eccedesse le competenze ordinarie del Consiglio, che a suo dire si trovava «nella pienezza dei nostri poteri».

Le reazioni politiche e la voce fuori dal coro

Il voto che ha confermato il rinvio, con 18 favorevoli, ha scatenato la reazione dell’opposizione e acceso il dibattito in aula. La consigliera Silvia Peruzzo Meggetto (Fratelli d’Italia) ha difeso la sospensiva schierandosi dalla parte «di tutti i lavoratori», sostenendo che la proposta della minoranza avrebbe «bloccato la città». Una posizione contestata duramente da Gasparinetti, che ha accusato la consigliera di fare «campagna elettorale».

Giuseppe Saccà (Pd) ha rincarato la dose, affermando che la maggioranza ha «preferito scappare davanti alle proprie responsabilità politiche» e definendo il voto un «voto politico». Anche Martini ha espresso il suo disappunto, parlando di «una vergogna che la maggioranza non voglia affrontare un tema così importante per la città» e criticando l’«incapacità di dialogare» su una questione che tocca la vita quotidiana di migliaia di famiglie.

A rompere il fronte compatto della maggioranza è stata la consigliera Giorgia Pea, che si è smarcata dichiarando: «Non c’era motivo di non discutere questa proposta, aveva tutti i pareri favorevoli, avrei voluto sapere perché non possiamo discuterla». Una voce fuori dal coro che ha raccolto il plauso della minoranza e che testimonia come, anche dentro la coalizione di governo cittadino, la gestione degli affitti brevi sia percepita come una questione tutt’altro che risolta.

Il quadro veneziano si inserisce in una fase di forte fermento normativo a livello nazionale: il CIN, la rimodulazione della cedolare secca, il regolamento europeo sulla trasparenza dei dati e le leggi regionali sul turismo stanno ridisegnando i margini operativi di chi affitta per periodi inferiori a trenta giorni. In questo contesto, la spinta referendaria veneziana è l’ennesima conferma che la partita si gioca sempre più sul piano locale, dove le amministrazioni comunali rivendicano margini di intervento crescenti sulla destinazione d’uso degli immobili.

Cosa significa per chi gestisce affitti brevi a Venezia

Per i property manager e i proprietari che operano nel settore delle locazioni turistiche, l’iniziativa referendaria rappresenta un segnale da non sottovalutare. Venezia è già tra le città italiane con la regolamentazione più articolata, e l’esito di una eventuale consultazione popolare potrebbe introdurre vincoli ulteriori sulla possibilità di aprire nuove attività o di convertire immobili residenziali in case vacanza.

Il nodo centrale resta quello della prevedibilità: chi investe in una struttura ricettiva ha bisogno di regole stabili e chiare, mentre il susseguirsi di proposte, moratorie e rinvii alimenta l’incertezza. Un referendum, se dovesse concretizzarsi, avrebbe quantomeno il pregio di restituire una direzione chiara, qualunque essa sia, mettendo i cittadini davanti a una scelta esplicita invece che a un dibattito politico che si trascina da mesi.

La discussione sugli affitti brevi, una delle questioni più sentite a Venezia, è stata di fatto rinviata alla prossima amministrazione. Il referendum promosso da “Tutta la città insieme” punta proprio a colmare questo vuoto, riportando la decisione nelle mani di chi la città la vive ogni giorno. Nei prossimi mesi si capirà se la raccolta firme raggiungerà la soglia necessaria e se la consultazione popolare diventerà realtà.

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