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Affitti brevi e centri storici: cosa dicono i dati

Affitti brevi e crisi abitativa nei centri storici: i dati reali oltre la polemica, le posizioni in campo e cosa cambia per host e property manager.

3 luglio 2026

Pochi temi dividono l’opinione pubblica italiana come gli affitti brevi nei centri storici. Da una parte chi li accusa di svuotare le città, gonfiare gli affitti e trasformare i quartieri in parchi a tema; dall’altra chi li difende come motore economico, presidio di immobili altrimenti vuoti e diritto dei proprietari. In mezzo, amministrazioni che moltiplicano le restrizioni — dallo stop fiorentino alle nuove aperture nell’area UNESCO al limite veneziano dei 120 giorni — e una narrazione pubblica spesso più rumorosa dei numeri. Proviamo a guardare i dati, e poi le ragioni delle parti.

I numeri, prima delle opinioni

Partiamo dalle dimensioni reali del fenomeno. Secondo le analisi del Centro Studi AIGAB presentate anche in sede parlamentare, gli immobili coinvolti negli affitti brevi in Italia sono circa 500.000 — a fronte di un patrimonio residenziale di oltre 35 milioni di abitazioni, di cui quasi 10 milioni risultano non occupate. In questa lettura, gli alloggi turistici rappresentano una frazione minima dello stock abitativo nazionale, molto inferiore al numero di case semplicemente vuote.

La concentrazione, però, è il punto: le tre grandi città d’arte — Roma, Milano e Firenze — ospitano da sole circa il 28% degli annunci italiani, con migliaia di alloggi addensati in pochi chilometri quadrati di centro storico. Ed è qui che il dibattito si accende, perché a livello di singolo quartiere l’incidenza sul mercato residenziale può diventare tutt’altro che marginale.

Sul fronte economico, il settore genera un impatto stimato in 66 miliardi di euro l’anno tra effetti diretti e indotto, sostenendo commercio, ristorazione e servizi anche in aree e stagioni che il turismo alberghiero non copre.

Le ragioni di chi chiede le restrizioni

Comitati di residenti, parte del mondo accademico e molte amministrazioni mettono sul tavolo argomenti seri: nei quartieri a massima densità turistica i canoni di locazione residenziale sono cresciuti più che altrove e l’offerta di affitti lunghi si è assottigliata; la sostituzione di abitanti con flussi di visitatori modifica il tessuto sociale e commerciale (meno negozi di vicinato, più servizi per turisti); la pressione su decoro, rifiuti e quiete pubblica ricade su chi resta. Il TAR della Toscana, respingendo centinaia di ricorsi contro il regolamento di Firenze, ha riconosciuto che la tutela del patrimonio e dell’equilibrio sociale della città può legittimamente giustificare limiti all’attività.

Le ragioni del settore

Gli operatori rispondono con altrettanti argomenti documentati: la crisi abitativa ha cause strutturali che precedono il boom degli affitti brevi — decenni di edilizia pubblica ferma, milioni di case vuote non immesse sul mercato, una fiscalità e una giustizia civile che scoraggiano l’affitto lungo (la tutela contro la morosità è, nei sondaggi tra proprietari, il primo motivo per cui si preferisce il breve). Colpire il turismo in appartamento, sostengono, sposta il problema senza risolverlo: le case tolte al breve non diventano automaticamente affitti accessibili, e intanto si comprime un’economia che dà lavoro a decine di migliaia di persone. Non a caso, dove la stretta regolatoria è arrivata, una parte degli immobili si sta spostando verso la locazione lunga o la vendita — l’offerta di affitti a lungo termine è tornata a crescere a doppia cifra in molti capoluoghi — ma con effetti sui canoni ancora tutti da verificare.

Cosa sta succedendo davvero nelle città

Al di là del dibattito, la direzione amministrativa è chiara e va conosciuta: Firenze ha bloccato le nuove destinazioni turistiche nell’area UNESCO; Venezia ha fissato il tetto dei 120 giorni e una moratoria nel centro storico; Milano e Roma sono intervenute su keybox e controlli, con ulteriori limiti in discussione; l’Emilia-Romagna ha varato la prima legge regionale che tratta la locazione breve come destinazione urbanistica a sé. A livello nazionale, CIN, banca dati e incroci fiscali hanno già portato trasparenza dove prima c’era opacità — e hanno fatto emergere che una parte consistente del problema era, semplicemente, l’abusivismo.

Per il quadro operativo completo, città per città, leggi la nostra guida alle normative locali sugli affitti brevi.

Cosa significa per host e property manager

Tre conseguenze pratiche, al netto delle opinioni:

  1. Le attività regolari esistenti nei centri storici si stanno trasformando in asset scarsi. Dove le nuove aperture sono bloccate, chi è già in regola opera in un mercato a offerta calmierata: un vantaggio competitivo oggettivo, da proteggere con una conformità impeccabile.
  2. La crescita si sposta in periferia e nelle destinazioni secondarie. Semicentri ben collegati, città medie, borghi: meno vincoli, costi d’ingresso inferiori e una domanda di turismo lento in piena espansione.
  3. La professionalità è la migliore assicurazione. Ogni stretta espelle gli improvvisati e premia chi lavora con CIN, adempimenti e buon vicinato. Paradossalmente, la regolamentazione è la miglior alleata dei gestori seri.

Una conclusione onesta

Chi cerca un colpevole unico della crisi abitativa non lo troverà negli affitti brevi, e chi nega qualsiasi impatto della turistificazione sui quartieri più esposti nega l’evidenza. La verità sta nei dati di ciascun territorio: incidenze, canoni, case vuote, flussi. Per questo la stagione che si apre — fatta di regole locali sempre più chirurgiche — può essere un bene per tutti, a una condizione: che le decisioni si prendano sui numeri e non sugli slogan. Nel frattempo, per chi opera nel settore, la strategia è una sola: conoscere le regole meglio di chiunque altro e costruire un’attività che le città siano contente di ospitare.

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